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Ablazione della fibrillazione atriale, prima è meglio

Dalla letteratura

Diversi studi hanno dimostrato che l’isolamento delle vene polmonari mediante ablazione transcatetere rappresenta la modalità più efficace per il trattamento della fibrillazione atriale (1). Tuttavia, c’è ancora dibattito in merito a quale sia il momento migliore per sottoporre i pazienti a questa procedura. Infatti, a causa della natura progressiva di questa aritmia, è ragionevole pensare che l’ablazione permetta di ottenere outcome migliori quando effettuata immediatamente dopo la diagnosi. Allo stesso tempo però, le ultime linee guida relative alla gestione dei pazienti affetti da fibrillazione atriale indicano l’isolamento delle vene polmonari come terapia di prima linea in un sottogruppo molto ristretto di soggetti, come quelli con  fibrillazione atriale parossistica e basso rischio di complicanze associate all’intervento (2). Un gruppo di ricerca belga ha quindi analizzato i dati del registro Middelheim-PVI, relativo a una coorte di 1000 pazienti affetti da fibrillazione atriale e sottoposti a procedura di ablazione, per indagare gli outcome clinici associati alle diverse finestre temporali (tra diagnosi e ablazione). I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Europace (3).

Lo studio

Sono stati inclusi nel registro 1000 pazienti (età: 60 ± 10 anni; CHA2DS2-VASc: 1 ± 1) sottoposti ad ablazione transcatetere per il trattamento della fibrillazione atriale tra il 2006 e il 2014, i quali sono stati seguiti per 5 anni. L’outcome primario era costituito dal successo clinico associato alla procedura, definito dall’assenza di episodi di fibrillazione atriale per un periodo di banking di 1 mese, senza bisogno di assumere farmaci anti-aritmici. I soggetti sono stati divisi in 4 quartili sulla base del periodo di tempo trascorso tra la diagnosi e la procedura di isolamento delle vene polmonari (DAT): quartile 1, DAT 0 – 11 mesi (N=244); quartile 2, DAT 12 – ≤33 mesi (N=254); quartile 3, DAT 34 – ≤70 mesi (N=252); quartile 4, DAT 71 – 360 mesi (N=250). A 5 anni, si è registrato un successo clinico nel 45,2 ± 2,0% dei pazienti. Da un’analisi multivariata è emerso che i predittori indipendenti di tale successo erano: tipo di fibrillazione atriale (HR = 0,61; I.C. 95% 0,50 – 0,74; P < 0.0001), dimensioni dell’atrio sinistro (HR = 1,03; I.C. 95% 1,02 – 1,05; P < 0.0001), DAT (HR = 1,00; I.C. 95% 1,00 – 1,00; P = 0.001), tecnica ablativa (P = 0.012) e anno di realizzazione della procedura (HR = 0,93; I.C. 95% 0,86–1,00; P = 0.045). In particolare, il grado di successo clinico più elevato si è registrato nei casi in cui l’isolamento delle vene polmonari era stato realizzato entro il primo anno dalla diagnosi (55,9 ± 4,6%) per poi scendere progressivamente all’allungarsi del DAT (Q2: 46,9 ± 4,0%; Q3: 45,5 ± 3,6%; Q4: 35,5 ± 3,6%) (P < 0.001).

Conclusioni

I risultati del registro Middelheim-PVI mostrano che la procedura di isolamento delle vene polmonari per il trattamento della fibrillazione atriale comporta un successo clinico, definito dall’assenza di episodi di fibrillazione atriale per un periodo di banking di 1 mese senza farmaci anti-aritmici, nel 45% dei casi. In particolare, i risultati migliori si ottengono quando la procedura è realizzata nell’arco del primo anno dopo la diagnosi.

Fonte

1. Calkins H, Reynolds MR, Spector P, et al. Treatment of atrial fibrillation with antiarrhythmic drugs or radiofrequency ablation: two systematic literature reviews and meta-analyses. Circulation Arrhythmia and Electrophysiology 2009; 2: 349 – 61.
2. Camm AJ, Lip GY, De Caterina R, et al. 2012 focused update of the ESC Guidelines for the management of atrial fibrillation: an update of the 2010 ESC Guidelines for the management of atrial fibrillation. Europace 2012; 14: 1385 – 413.
3. De Greef Y, Schwagten B, Chierchia GB, et al. Diagnosis-to-ablation time as a predictor of success: early choice for pulmonary vein isolation and long-termoutcome in atrial fibrillation: results fromtheMiddelheim-PVI Registry. Europace 2018; 20, 589 – 595.

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