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Cardiomiopatia ipertrofica, un ICD altera la qualità della vita?

Dalla letteratura

Nei pazienti affetti da cardiomiopatia ipertrofica il rischio di morte improvvisa è, purtroppo, una variabile da tenere sempre in considerazione. Eventualità questa che viene solitamente gestita attraverso l’impianto di un defibrillatore (ICD). Tuttavia, non è chiaro se gli shock messi in atto dagli ICD per risolvere gli episodi di tachicardia o fibrillazione ventricolare determinino, a lungo termine, una riduzione della qualità della vita. Per questo motivo, uno studio pubblicato su Circulation:Arrhythmia and Electrophysiology ha analizzato i dati relativi a un’ampia coorte di pazienti con cardiomiopatia ipertrofica sottoposti a impianto di ICD.

Lo studio

Sono stati presi in considerazione 486 pazienti (età media: 54 ± 16 anni) con cardiomiopatia ipertrofica ad alto rischio di morte improvvisa, sottoposti a impianto di ICD, provenienti da 8 centri internazionali localizzati negli Stati Uniti, in Europa e in Australia. I ricercatori hanno quindi analizzato il decorso clinico di questi soggetti, mettendolo in relazione al numero di terapie erogate dai dispositivi impiantabili e alle risposte date dai pazienti a un questionario finalizzato a misurare il loro livello di ansia e benessere psicologico. Di tutti i pazienti considerati, 94 (19%) sono andati incontro a shock appropriati per l’interruzione di una tachicardia/fibrillazione ventricolare, di cui 87 erano asintomatici o moderatamente sintomatici al momento dell’erogazione della terapia appropriata. Nell’85% di questi casi, poi, i pazienti sono rimasti in classe I o II per i successivi 5,9 ± 4,9 anni. Sempre tra questi 94 soggetti, si è registrato un caso di morte improvvisa (1,1%) dovuto a fallimento dell’erogazione dello shock e 3 decessi legati a processi cardiomiopatia-corrrelati ma non associati al rischio aritmico (ad esempio, scompenso cardiaco in fase terminale). Ai follow up a 1, 5 e 10 anni il tasso di pazienti ancora in vita è risultato pari, rispettivamente, al 100%, al 97% e al 92%, inferiore rispetto ad altri studi realizzati su questa categoria diagnostica. Tra i soggetti considerati, infine, quelli che erano andati incontro ad almeno uno shock appropriato hanno riportato livelli di ansia più elevati – relativi alla possibilità di andare incontro ad altri shock in futuro – ma qualità di vita e livello di benessere psicologico comparabile a quelli non che non avevano subito shock. “Nella nostra popolazione più giovane e sana [n.d.r. rispetto ad altri trial] di pazienti affetti da cardiomiopatia ipertrofica – scrivono gli autori dello studio –  abbiamo rilevato pochissime evidenze di avversità associate agli shock e nessun decesso nei primi 2 anni dall’erogazione della prima terapia”.

Conclusione

I risultati dello studio confermano che l’impianto di un defibrillatore è in grado di influenzare positivamente il decorso clinico dei soggetti affetti da cardiomiopatia ipertrofica, diminuendo significativamente il rischio di andare incontro a morte improvvisa. Inoltre, i dati mostrano che questa capacità non si associa – in questa particolare categoria di pazienti – a una riduzione a lungo termine della qualità della vita o a un rischio maggiore di scompenso cardiaco.

Bibliografia

Maron BJ, Casey SA, Olivotto I, et al. Clinical course and quality of life in high-risk patients with hypertrophic cardiomyopathy and implantable cardioverter-defibrillators. Circulation: Arrhythmia and Electrophysiology 2018; 11: e005820.

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