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Registro Pacemaker e Defibrillatori, il Bollettino 2016

RIPM e RICD

È stato recentemente pubblicato sul Giornale Italiano di Cardiologia il Bollettino Periodico 2016 del Registro Italiano Pacemaker e Defibrillatori. Questo, istituito alla fine degli anni settanta, ha l’obiettivo di monitorare i principali aspetti epidemiologici e clinici legati all’utilizzo di queste tecnologie nel mondo reale. Dell’ultimo aggiornamento abbiamo parlato con Alessandro Proclemer, direttore della Struttura Operativa Complessa di Cardiologia  dell’Azienda Ospedaliera Universitaria  di Udine e da molti anni direttore del Registro Italiano Pacemaker e Defibrillatori dell’Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione (dal 2014 in collaborazione con Massimo Zecchin).

Il primo aspetto da sottolineare in merito al Bollettino 2016 è un’evoluzione della metodologia utilizzata. Infatti, la raccolta dati del Registro ha compreso sia la tradizionale attività di inserimento delle informazioni provenienti dalle tessere cartacee europee, sia la raccolta via web. “Abbiamo aumentato significativamente la quantità di dati trasferiti online, rispetto alla modalità cartacea – spiega Proclemer -, questo ha permesso a noi di snellire la procedura di inserimento e ai centri di mantenere i dati di registrazione”.

Per quanto riguarda il Registro Italiano Pacemaker, nel 2016 hanno partecipato 204 dei 430 centri di elettrostimolazione italiani. Il numero totale degli impianti di pacemaker registrati nel 2016 è risultato di 23.496, dato sovrapponibile a quello del 2015 e pari, secondo le stime fornite dal mondo dell’Industria, al 50% di quelle totali. Il centro maggiore ha effettuato 625 impianti, per una media di 115 interventi per struttura. È invece emersa una relativa stabilità – rispetto agli anni precedenti – in merito  alle indicazioni cliniche ed elettrocardiografiche. “Ormai è una terapia consolidata e non ci sono variazioni significative”, sottolinea il cardiologo udinese. L’impianto di pacemaker rimane tuttavia un’opzione molto importante, a livello quantitativo, con circa 60.000 italiani sottoposti alla procedura. “Di questi – aggiunge Proclemer – 45.000 circa vanno incontro a un primo impianto e 15.000 alla sostituzione di un pacemaker precedentemente impiantato”.

Un altro dato significativo – sempre in merito al Registro Pacemaker –  riguarda l’aumento della longevità dei device. “Abbiamo osservato una cosa molto positiva in termini di costi: un ulteriore aumento della longevità dei device e delle batterie”, spiega il cardiologo. Attualmente, infatti, un pacemaker dura intorno ai 9-10 anni,  e, di conseguenza, si spende molto meno per i cambi di protesi. “Ciò è dovuto a una migliore qualità delle batterie stesse e a una più attenta programmazione, finalizzata al risparmio di energia, da parte dei singoli centri”.

Anche i dati raccolti dal Registro Italiano Defibrillatori, infine, hanno mostrato una certa continuità col passato. Hanno collaborato 430 centri – un dato ormai stabile da diverse edizioni del Bollettino – così distribuiti sul territorio nazionale: 181 al Nord (42% del totale), 90 al Centro (21%) e 159 al Sud e nelle isole (37%).  Il numero totale di impianti considerati è stato di 20.350, pari all’85% dell’attività impiantistica italiana. “L’indicazione per prevenzione primaria, presente nel 75% delle procedure, prevale su quella secondaria”, sottolinea Proclemer. All’interno della prevenzione secondaria, poi, la tachicardia ventricolare è risultata prevalente rispetto all’indicazione clinica rappresentata dall’ arresto cardiaco rianimato.

Interessanti anche i dati relativi alla scelta del defibrillatore. “In prevenzione primaria prevale il defibrillatore biventricolare sulle due altre modalità;  in prevenzione secondaria, invece,  prevale l’impianto bicamerale”. Infine, anche per quanto riguarda i defibrillatori è emerso un dato positivo in merito alla longevità dei device. “Ormai per i defibrillatori questa è intorno ai 6 -8 anni, a seconda della tipologia di device”, conclude Proclemer. “Anni fa eravamo intorno ai 4 – 5 anni. Quindi stiamo aumentando progressivamente la durata, e questo si traduce in una minor spesa sanitaria globale”.

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