La chirurgia coronarica è un salvavita ma comporta un effetto progressivo sulla conduttività del tessuto del cuore. Un nuovo studio pubblicato su Heart Rhythm ha stimato che i pazienti sottoposti a sostituzione valvolare chirurgica hanno un rischio più alto dalle 3 alle 7,6 volte di dover ricevere l’impianto di pacemaker rispetto ai pazienti sottoposti a bypass aorto-coronarico CABG. Il rischio è maggiore quando sono state sostituite due o tre valvole.

Le laminopatie costituiscono un gruppo di patologie ereditarie rare, clinicamente eterogenee, accomunate da mutazioni del gene lmna che codifica per la pre-lamina A e per la lamina C, i principali componenti della lamina nucleare della membrana nucleare interna. Alcune di queste patologie sono di natura cardiologica e aritmologica.

Esiste una marcata discrepanza fra i pazienti reali e quelli arruolati nei trial clinici, che generalmente tendono ad escludere o rappresentare in maniera insufficiente la popolazione anziana per una serie di motivi, quali la presenza di comorbidità o il deterioramento cognitivo. Tali limiti metodologici si possono riscontrare anche nei principali trial clinici che riguardano l’ablazione transcatetere della tachicardia ventricolare. Uno studio recente, pubblicato su Europace, ha valutato la sicurezza e l’efficacia dell’ablazione transcatetere della tachicardia ventricolare in una popolazione di pazienti anziani.

Uno studio pubblicato sul Journal of American College of Cardiology sottolinea che i pazienti con fibrillazione atriale beneficerebbero di un programma terapeutico multidimensionale, cioè che non si limiti alla terapia anticoagulante ma si indirizzi alla molteplicità delle comorbidità che frequentemente accompagnano la fibrillazione atriale (1).

Trattare il paziente iperteso con una terapia aggressiva nei mesi precedenti la prevista ablazione della fibrillazione atriale non garantisce un maggior controllo dei valori pressori né un minor rischio di recidive dell’aritmia. È quanto emerge dai risultati dello studio SMAC-AF presentati a New Orleans, all’American Heart Association’s Scientific Sessions 2016.

Secondo le linee guida correnti della Società Europea di Cardiologia (1), l’impianto del defibrillatore sottocutaneo è indicato in classe IIa nei pazienti che non necessitano di pacing anti-bradicardia, terapia di resincronizzazione cardiaca e pacing anti-tachicardia ed in classe IIb nei pazienti giovani, in caso di accesso venoso difficoltoso o come sostituto di un ICD transvenoso in seguito ad infezioni del sistema. Uno studio recente, pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, ha valutato gli outcome a lungo termine in due popolazioni omogenee di pazienti sottoposti ad impianto di ICD transvenoso o sottocutaneo.

Dall’AHA 2016 e il NEJM i risultati dello studio Pioneer AF-PCI sulle strategie di trattamento per bilanciare  il rischio ischemico con il rischio di sanguinamento nei pazienti con fibrillazione atriale non valvolare sottoposti ad angioplastica coronarica.  

La fibrillazione atriale è un’aritmia complessa, i cui meccanismi responsabili sono oggetto di studio da circa 100 anni. L’eterogeneità di tale aritmia è legata alla presenza di meccanismi elettrofisiologici e substrati anatomici diversi (1). Un ruolo fondamentale nell’insorgenza ed il mantenimento della fibrillazione atriale è giocato da trigger, initiator e perpetuator. I trigger innescano l’aritmia in presenza di un substrato favorente (initiator), mentre i perpetuator permettono all’aritmia di sostenersi.

Esiste un substrato fisiopatologico responsabile dell’insorgenza e delle possibili recidive di fibrillazione atriale in pazienti che non presentano condizioni cliniche concomitanti potenzialmente responsabili di tale aritmia? Uno studio recente pubblicato su Circulation tenta di rispondere a questa domanda.

Il congresso dell’European Society of Cardiology di Roma è stato quest’anno teatro di dibattito sull’effetto del controllo remoto sulla mortalità. Studi diversi hanno supportato tesi contrastanti. Ma, alla fine, la corretta interpretazione delle evidenze scientifiche ha permesso di mettere in luce in modo inequivocabile i vantaggi offerti dal monitoraggio remoto continuo dei dispositivi cardiaci impiantabili che, oltre a prevedere e prevenire gli eventuali problemi tecnici dell’impianto, permettono di individuare precocemente le situazioni di criticità cliniche del paziente, come per esempio il rischio di una fibrillazione atriale.

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