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Fibrillazione atriale, risultati migliori con crioablazione precoce

Fibrillazione atriale crioablazione

Qual è l’intervallo di tempo ottimale tra la prima diagnosi di fibrillazione atriale e la crioablazione? Sono stati pubblicati sul Journal of Cardiovascular Medicine i risultati di un’analisi del progetto italiano 1STOP che ha valutato sicurezza ed efficacia di una procedura precoce o tardiva nei pazienti con aritmia parossistica (1).

Le fasi parossistiche della fibrillazione atriale sono generalmente quelle in cui la patologia è meno resistente ai trattamenti. Per capire se tale evidenza fosse valida anche per quanto riguarda l’ablazione transcatatere con criopallone un gruppo di ricerca italiano ha indagato, nel contesto del progetto 1STOP, l’efficacia di questa procedura in riferimento al tempo trascorso dalla diagnosi.

Sono stati presi in considerazione 510 pazienti reclutati presso 43 centri distribuiti sul territorio nazionale e seguiti per almeno 6 mesi. Questi sono stati divisi in due gruppi, a seconda che la procedura di crioablazione fosse stata effettuata entro (n=130, 25%) o oltre (n=380, 75%) i primi 15 mesi dalla ricevuta diagnosi di fibrillazione atriale parossistica resistente ai trattamenti anti-aritmici. In riferimento a tutta la coorte di pazienti, l’intervento è stato realizzato in media dopo 36 mesi dalla diagnosi e sono stati registrate complicanze relative alla procedura in 22 casi, con nessuna differenza tra i due gruppi. Per quanto riguarda il rischio di recidive della fibrillazione atriale, tuttavia, è emerso un vantaggio significativo associato al trattamento precoce. Di conseguenza, i ricercatori concludono che la scelta di sottoporre i pazienti con fibrillazione atriale parossistica a crioablazione entro i primi 15 mesi dalla diagnosi permette di ottenere risultati clinici migliori con le stesse garanzie in termini di sicurezza.

Bibliografia

1. Lunati M, Arena G, Iacopino S, et al. Is the time between first diagnosis of paroxysmal atrial fibrillation and cryoballoon ablation a predictor of efficacy? J Cardiovasc Med 2018, 19:446–452

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