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COVID-19, la testimonianza degli Ospedali Riuniti di Ancona

A cura di Federico Guerra.

Gli Ospedali Riuniti di Ancona si sono trovati molto presto al centro dell’emergenza COVID-19, in parte a causa del loro status di ospedale regionale, in parte a causa della vicinanza con grossi focolai secondari come Rimini e Pesaro.

I primi tempi sono stati pieni di incertezza e con l’incertezza sono arrivati gli errori peggiori. La mancanza di regole d’ingaggio condivise e chiare a tutti, di percorsi dedicati per i potenziali infetti e di armi a disposizione del clinico per porre il fatidico “sospetto” hanno portato l’infezione ad estendersi tra il personale sanitario, soprattutto quello esposto in prima linea nel Pronto Soccorso e nei reparti di Urgenza. Per quanto riguarda la nostra Clinica di Cardiologia, da sempre attiva come consulenti di urgenza ed emergenza, siamo arrivati fino a un terzo del personale medico sottoposto a quarantena nel solo mese di Marzo 2020. Con il tempo è migliorata l’esperienza, la capacità di reazione e, soprattutto, la conoscenza di un nemico tanto invisibile quanto temibile. Sono arrivati i percorsi per i pazienti, i dispositivi di protezione individuali, le raccomandazioni dei colleghi infettivologi, rianimatori e pneumologi a renderci più sicuri in questo nuovo ambiente.

Al momento nel nostro Ospedale abbiamo passato i duecento pazienti ricoverati con polmonite da COVID-19, dei quali circa una trentina critici, sottoposti a ventilazione invasiva o ad ECMO. Tra loro ci sono colleghi, parenti e amici, il che rende la giornata quotidiana ancora più difficile. Le persone con cui si è trascorso notti di guardia assieme, con cui si è condiviso pazienti, scambiate competenze, offerti caffè e (perchè no) anche litigato furiosamente e fatto pace adesso sono in un letto di ospedale o attaccate a un ventilatore. Come esperienza non può essere descritta.

Altra indescrivibile esperienza è quella dei pazienti positivi che, spesso disidratati, febbricitanti e confusi si trovano confinati in un letto di ospedale per settimane, letteralmente isolati dal mondo all’interno di un casco per CPAP. Unico contatto umano: i goffi esseri coperti dalla testa ai piedi dai dispositivi di protezione (riconoscibili solo per il nome scritto col pennarello sul camice o sulla tuta monouso) che offrono loro aiuto, assistenza e conforto e che condividono con loro questo nuovo girone dantesco.

Attualmente gli Ospedali Riuniti hanno ben otto reparti COVID, di cui uno di accettazione/urgenza, quattro ad alta intensità, due a media e uno a bassa, responsabile tra l’altro della maggior parte delle dimissioni a domicilio o presso altre strutture sul territorio.

Per quanto riguarda l’attività specifica di elettrofisiologia e cardiostimolazione, abbiamo sospeso tutte le procedure differibili. L’ambulatorio pacemaker è rimasto attivo solo per i pazienti con device in fase di scarica o con problematiche legate al dispositivo o a eventi aritmici. La nostra sala ha rinviato a data da destinarsi tutte le procedure non urgenti, e rimane comunque attiva per i blocchi atrioventricolari totali, per gli impianti di ICD in pazienti a rischio aritmico e per le ablazioni di tachicardie ventricolari refrattarie alla terapia medica. Quest’ultime, così come gli storm aritmici, hanno dimostrato un trend in controtendenza rispetto alla cardiopatia ischemica e sono infatti aumentate di incidenza, probabilmente anche a causa di fattori psicologici e sociali.

Solo negli ultimi giorni i ricoveri sembrano essersi stabilizzati e con essi cresce la speranza di aver già visto il peggio di questa terribile emergenza. Sicuramente ne usciremo temprati, più uniti e pronti a ricominciare.

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