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Pandemia COVID-19 e impianto di pacemaker in urgenza

Dalla letteratura

Il 21 febbraio i primi casi di infezione da Coronavirus 2 con sindrome respiratoria acuta grave sono stati diagnosticati in pazienti ospedalizzati nelle regioni Lombardia e Veneto. Nei giorni successivi il numero di persone colpite e il numero di letti ospedalieri occupati da pazienti COVID-19 sono aumentati in modo esponenziale e l’8 marzo 2020 il governo italiano ha imposto il lockdown.

Mentre le Società Scientifiche di Cardiologia stanno cercando di rispondere al mistero della riduzione dei casi di infarto miocardico acuto con elevazione del segmento ST durante la pandemia di COVID-19, il gruppo di ricerca “The Padua School of Cardiology Network” in un recente studio ha voluto analizzare il numero degli impianti urgenti di pacemaker (esclusi quelli post-cardiochirurgia o post-TAVI) in 10 ospedali della regione Veneto durante le sei settimane precedenti e successive al propagarsi del COVID-19 e durante il corrispondente periodo del 2019.

Lo studio ha dimostrato una significativa riduzione del numero di impianti urgenti di pacemaker durante le sei settimane successive al primo caso di COVID-19 in Italia (21 Febbraio) rispetto alle sei settimane precedenti (da 122 a 88, -28 %, p=0.02). La diminuzione è apparsa particolarmente evidente dopo che il governo italiano ha imposto il lockdown, l’8 marzo 2020. Nel 2019, un numero simile di impianti di pacemaker è stato eseguito durante le sei settimane prima del 21 febbraio rispetto al 2020 (119 contro 122, + 3%, p=0.80). Dopo questa data, il numero di impianti di pacemaker nel 2019 è rimasto simile (123) mentre nel 2020 è sceso a 88 casi (-29%, p=0.02). Interessante è notare come nel 2020 la percentuale di pazienti di sesso femminile che necessitavano di pacemaker urgente sia diminuita dopo l’epidemia COVID-19 da 60/122 casi (49%) a 30/88 casi (34%, p=0.03). Non sono invece emerse differenze in termini di età, percentuale di pazienti impiantati per blocco AV completo e sintomatologia tra i due periodi di studio.

Sebbene si possano avanzare diverse ipotesi per spiegare questo risultato, gli autori ritengono che la motivazione più probabile sia che la maggior parte delle persone, temendo l’infezione, avrebbero preferito non rivolgersi in ospedale anche se affetti da sintomi gravi. La percentuale di pazienti che si presentavano in ospedale per sincope entro 24 ore dall’insorgenza dei sintomi è aumentata dopo l’inizio dell’epidemia COVID-19, sebbene la differenza non fosse significativa, mentre la percentuale di pazienti di sesso femminile è diminuita significativamente. Ciò suggerisce che i pazienti con bradicardia meno sintomatica si sono astenuti dal cercare assistenza medica. Secondo i risultati di questo studio, questo comportamento appare più frequente tra le persone di sesso femminile. Gli autori sostengono infine che probabilmente, nelle prossime settimane potremmo aspettarci un aumento del numero di pazienti che necessitano di impianto urgente di pacemaker e con possibili diverse complicanze, tra cui lo shock cardiogeno, causate dal trattamento ritardato. Infine, è ipotizzabile che parte dei decessi che si sono verificati durante questa pandemia possano essere causate dall’assenza di cure mediche piuttosto che da COVID-19.

A cura di Federico Migliore

Bibliografia
Migliore F, Zorzi A, Gregori D et al. Urgent Pacemaker Implantation Rates in the Veneto Region of Italy after the COVID-19 Outbreak.Circ Arrhythm Electrophysiol 2020 May 20. doi: 10.1161/CIRCEP.120.008722.

 

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