Notizie e commenti

Paziente molto anziano e ICD in prevenzione secondaria

Dalla letteratura

Circa un paziente anziano su dieci sopravvive almeno due anni dopo impianto di ICD in prevenzione secondaria. Ma almeno tre pazienti su cinque ritornano in ospedale nell’arco di due anni e molti altri necessitano di strutture che erogano assistenza infermieristica e riabilitativa. Sono queste le conclusioni di uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology che si è posto come obiettivo valutare nella pratica clinica gli outcome dei pazienti anziani over65 che ricevono l’ICD in prevenzione secondaria. Una coorte di pazienti ancora non ben studiata in letteratura, nonostante i defibrillatori cardioverter impiantabili vengono utilizzati dal 1980 nelle persone, anche anziane, rianimate con successo dopo un arresto cardiaco in prevenzione secondaria.

Come precisano gli autori questo studio clinico non misura l’effectiveness della terapia ICD, in quanto manca un confronto con un gruppo di controllo pazienti non trattati, ma aiuta a capire come stanno pazienti dopo impianto di ICD e di mettere a fuoco quali sono i loro reali bisogni assistenziali. 


Lo studio

Lo studio ha preso in esame i dati clinici di 12.420 pazienti, beneficiari di Medicare e iscritti nel National Cardiovascular Data ICD Registry che erano stati sottoposti per la prima volta a un impianto di ICD tra 2006 e il 2009, in 956 ospedali degli Stati Uniti. Come indicatori di efficacia sono stati scelti mortalità, ricovero in ospedale e ammissione in strutture per anziani non autosufficienti che sono stati valutati dopo un follow-up durato oltre due anni stratificando i pazienti per quattro fasce di età: 65-69, 70-74, 75-79 e > 80 anni).

Al momento dell’impianto l’età media era di 75 anni: 25,3% pazienti avevano meno di 70 anni e il 25,7% più di 79 anni. Gli autori riportano che di aver calcolato un rischio di morte globale a due anni del 21,8%, con tassi compresi tra il 14,7% nei pazienti con meno di 70 anni al 28,9% tra gli ultraottentenni. Il rischio relativo di mortalità a due anni dall’impianto per i pazienti con almeno 80 anni è risultato del 2.01 (95% CI 1,98-2,33, P < 0,001).

L’incidenza cumulativa di ricoveri ospedalieri è stata del 65,4%, con valori tra il 60,5% sotto i 70 anni e il 71,5% sopra gli 80. Infine, l’incidenza cumulativa di ammissione in skilled nursing facility è risultata compresa tra il 13,1% sotto i 70 anni e il 31,9% sopra gli 80.

Conclusioni

La sopravvivenza a due anni è un risultato interessante. Per diverse persone, anche anziane, prolungare la propria vita diventa un obiettivo. Quindi per una parte di loro potrebbe essere ragionale prendere in considerazione l’impianto di ICD. Altrettanto interessanti – concludono gli autori sul Journal of the American College of Cardiology – sono i risultati sulle riammissioni ospedaliere e il ricorso a strutture di assistenza infermieristica, in particolari tra i pazienti anziani che identificano bisogni di cura sostanziali dopo l’impianto del dispositivo.

L’editoriale di accompagnamento commenta che la valutazione se impiantare un ICD in prevenzione secondaria in un paziente anziano evolve in una decisione difficile e complessa tanto per il cardiologo, quanto per il paziente e per i caregiver. “Nel processo decisionale i clinici dovrebbero considerare le comorbidità non cardiache e la fragilità che si accompagna all’età, dovrebbero spiegare chiaramente al paziente il razionale e i limiti dell’ICD, dovrebbe incoraggiare la formulazione di direttive anticipate e parlare della possibilità di disattivare l’ICD quando il paziente si sta avvicinando al fine vita.”

Bibliografia

Betz JK, Katz DF, Peterson PN, et al. Outcomes Among Older Patients Receiving Implantable Cardioverter-Defibrillators for Secondary Prevention: From the NCDR ICD Registry. J Am Coll Cardiol 2017; 69: 265-74.

Chugh SS,  Aro AL, Reinier K. The Conundrum of Defibrillators in the Elderly. Am Coll Cardiol 2017; 69: 275-77.

 

 

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