Notizie e commenti

ICD monocamerale, i vantaggi di una detection prolungata

Intervista a Maurizio Gasparini, cardiologo dell’UO di Elettrofisiologia ed elettrostimolazione dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano.

In riferimento all’abstract “Long Detection Programming in single chamber defibrillators reduces unnecessary therapies and mortality: the Advance III trial”, presentato come late-breaking clinical trial al meeting annuale della Heart Rhythm Society svoltosi a Chicago, abbiamo rivolto alcune domande al dott. Maurizio Gasparini, cardiologo dell’UO di Elettrofisiologia ed elettrostimolazione dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano e responsabile della ricerca.

Quali sono i risultati principali di questo studio?

In questa sottoanalisi dello studio Advance III è stato considerato il gruppo di 545 pazienti impiantati con un defibrillatore monocamerale, sia in prevenzione primaria che secondaria. Abbiamo verificato che con l’uso di una detection prolungata, associata all’ATP (pacing anti tachicardia) durante la carica dei condensatori, le terapie erogate dal dispositivo sono state ridotte di quasi il 50%. In particolare c’è stata una riduzione significativa delle terapie erogate su episodi aritmici ventricolari (sia shock che ATP). Inoltre, è stato registrato un numero di decessi e di ospedalizzazioni inferiore nei pazienti con la programmazione long detection 30/40.

Gli episodi sincopali sono stati l’unico endpoint per la valutazione della sicurezza nelle due diverse strategie di programmazione o sono stati presi in considerazione anche altri parametri?

Durante lo studio sono stati raccolti tutti gli eventi avversi riportati dai pazienti, i quali sono poi stati rivisti da un comitato indipendente. In questo modo é stato possibile fare un’accurata analisi non solo delle sincopi, che si sono rivelate rare e non differenti nei due gruppi, ma anche delle ospedalizzazioni. Come anticipato, le ospedalizzazioni, sia totali che quelle dovute a motivi prettamente cardiovascolari, si sono rivelate inferiori nel gruppo di studio.

Nei pazienti in prevenzione secondaria inclusi nell’analisi, con documentazione di aritmie, è stata modificata in qualche modo la programmazione?

Il protocollo di studio prevedeva che i pazienti con una storia pregressa di aritmie ventricolari avessero programmata una finestra per il trattamento di eventuali tachicardie basata sulle loro esigenze specifiche. In caso di aritmie registrate durante il corso dello studio, l’investigatore era chiaramente libero di modificare la programmazione. Tuttavia, i crossover sono stati estremamente limitati.

E’ opportuno pensare a una diversa strategia di programmazione per questi pazienti?

Sicuramente  è stato ormai ampiamente dimostrato che un riconoscimento allungato si associa a un profilo di sicurezza e di efficacia molto elevato, come riportato dalle recenti linee guide. In particolare, con questa sottoanalisi viene chiarito come anche nei pazienti portatori di ICD monocamerali, spesso esclusi dai grandi studi sulla programmazione visto il limitato numero di algoritmi di discriminazione e il più alto rischi di riconoscimenti inappropriati, il prolungamento del riconoscimento dovrebbe essere la prima scelta per la programmazione.

Quale sarà l’impatto dei risultati di questo studio sulla pratica clinica?

Con la continua pressione a ridurre i costi del servizio sanitario, l’allungamento della vita media e l’aumento costante delle comorbidità, ci troviamo costantemente nella situazione di dover massimizzare i benefici per i pazienti al minor costo possibile. Questi risultati supportano il medico nella scelta di impiantare un ICD monocamerale  in tutti quei casi in cui il paziente non avrebbe benefici dall’aggiunta di un catetere atriale.

Intervista a cura di Valentina Schirripa
UOC Cardiologia
Ospedale GB. Grassi, Ostia Lido, Roma

Bibliografia

Gasparini M, Lunati MG, Proclemer A, et al. Long detection programming in single chamber defibrillators reduces unnecessary therapies and mortality: the ADVANCEIII trial. JACC: Clinical Electrophysiology 2017; DOI: 10.1016/j.jacep.2017.05.001

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