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Defibrillatori in campo… si può

“Costano 2000 euro e stanno in una valigetta: ogni squadra di calcio dovrebbe avere il suo defibrillatore”. “Nei campi sportivi di gara italiani di tutti gli sport ci sono carenze abissali per quanto riguarda il numero di defibrillatori semiautomatici e di persone appositamente formate e abilitate a usarli”. I commenti di Maurizio Maurizio Santomauro e Maria Grazia Bongiorni sul Corriere dello sport.

Si torna a parlare di morte improvvisa nello sport. Dopo il pallavolista Vigor Bovolenta, il calciatore del Livorno Piermario Morosini. L’autopsia ha escluso che la morte improvvisa in campo del 26enne calciatore del Livorno sia stata causato da un infarto o da un aneurisma. La causa potrebbe essere un difetto genetico.

Si discute sul fatto che probabilmente un defibrillatore in campo sarebbe stato utile. Sul Corriere dello sport intervengono due autorevoli nomi dell’AIAC: Maurizio Santomauro, cardiologo e presidente del Gruppo emergenze cardiologiche, e Maria Grazia Bongiorni, ex Presidente dell’Associazione italiana di aritmologia.

Dal Corriere dello sport

Nei campi sportivi di gara italiani di tutti gli sport ci sono carenze abissali per quanto riguarda il numero di defibrillatori semiautomatici e di persone appositamente formate e abilitate a usarli“. A spiegarlo è Maurizio Santomauro, cardiologo e presidente del GIEC (Gruppo emergenze cardiologiche). E non va meglio negli altri luoghi a forte afflusso di gente, dove dovrebbe esserci invece un defibrillatore come previsto dal decreto del 2011. Ad esempio, solo il 40% degli aeroporti italiani è dotato di questi apparecchi, e spesso con modalità piuttosto ‘particolarI’.

“Lo scalo di Palermo – continua – ce li ha da tre anni, ma vengono riposti nell’ambulatorio medico, quando questo è chiuso. L’aeroporto di Napoli ce l’ha solo nell’ambulatorio medico, mentre Fiumicino ha rifiutato una donazione di 10 defibrillatori”. Le stazioni ferroviarie, a parte quelle di Milano e Roma, ne sono sprovviste. “Le forze dell’ordine invece hanno iniziato – aggiunge – già prima di questo incidente, a frequentare gli appositi corsi per adoperare il defibrillatore semiautomatico. La polizia è riuscita a salvare 23 persone così, ottenendo i migliori risultati. Nei carabinieri abbiamo addestrato 500 persone, e nella Guardia di Finanza 400”. Ma dopo l’incidente di Piermario Morosini c’è stato un vero boom di richieste di corsi al Giec. “Ci hanno chiamati – prosegue Santomauro – centri sportivi pubblici e privati, palestre, uno stadio e le gare di maratona. Ma la cosa più importante è che vi sia una ‘catena’ funzionante, dove il primo anello sia la persona appositamente formata secondo la legge, che riesce a usare il defibrillatore nei primissimi minuti. Dopo 10 minuti è già tardi. Poi deve esserci il sistema del 118, cui affidare la persona, e infine l’ospedale. Non serve altro per poter salvare una persona”.

E ogni squadra di calcio, suggerisce Maria Grazia Bongiorni, ex presidente dell’Associazione italiana di aritmologia, “dovrebbe avere il suo defibrillatore. Costano 2000 euro e stanno in una valigetta”.

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