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Impianto di ICD: un giorno non vale l’altro

Eseguire l’impianto del defibrillatore cardiaco nelle ore pomeridiane e serali o nel fine settimana si associa a un più alto rischio di complicanze o di degenze ospedaliere più lunghe. È quanto emerge da uno studio osservazionale statunitense pubblicato sull’American Heart Journal.

Nella pianificazione degli impianti di un ICD o di un CRT-D sarebbero da preferire i giorni feriali e le fasce orarie del mattino. Possibilmente da evitare il fine settimana quando c’è meno personale e le ore serali visto che il fattore stanchezza potrebbe incidere sulle performance. Un suggerimento da tenere presente considerato che questa tipologia di interventi non rientra tra le emergenze-urgenze in Cardiologia, spiegano gli autori dello studio statunitense che ha esaminato la frequenza di complicanze e di mortalità che incorrono dopo l’intervento di impianto e la durata del ricovero in relazione al giorno della settimana e all’ora del giorno in cui è stato condotto l’intervento.

Lo studio
Dal National Cardiovascular Data Registry for ICD sono stati raccolto i dati di oltre 300mila pazienti sottoposti a impianto tra l’1 aprile del 2010 e il 31 marzo del 2012 a partire dai quali sono stati selezionati per l’analisi retrospettiva i dati di 148.004 pazienti sottoposti al primo impianto di ICD con o senza pacemaker biventricolare.

Sono quindi stati raggruppati insieme gli interventi eseguiti durante la mattina (dalle 6 alle 12), nel pomeriggio (dalle 12 alle 17), in serata e di notte (dalle 17 alle 6 del giorno successivo) e durante giorni festivi, il fine settimana, il venerdì e gli altri giorni infrasettimanali. All’interno di ciascun gruppo sono stati esaminati i dati sulla durata della degenza ospedaliera, sulla mortalità ospedaliera e sulle complicanze post procedura nel periodo del ricovero ospedaliero, come la dislocazione degli elettrocateteri, la dissezione venosa, l’infarto del miocardio, lo sviluppo di ematomi o reazioni ai farmaci.

L’intervento di impianto era stato eseguito durante le normali ore di lavoro settimanali nella in quasi tutti i pazienti (97,5%) e nelle ore della mattinata in più della metà dei pazienti (52,6%).
Dall’analisi statistica è risultato un più alto rischio di complicanze nei pazienti sottoposti all’impianto di sera/notte e nel fine settimana. Una possibile spiegazione proposta dagli autori è che questi pazienti potrebbero essere più ammalati o potrebbero essere stati ricoverati non specificamente per l’impianto e quindi potrebbero aver ricevuto altri trattamenti. “Se il paziente arriva in ospedale per altre motivi ed è un candidate all’impianto di ICD, ci può essere una pressione ad eseguire la procedura mentre il paziente sta già in ospedale”.

L’analisi multivariata ha evidenziato che rispetto ai pazienti operati durante la mattina quelli del pomeriggio o sera/notte avevano un 8% in più di probabilità di avere delle complicanze (OR 1,08; p = 0,0168) e il 29% in più di probabilità di degenze ospedaliere più lunghe di un giorno (OR 1,29, p=0,0001). In termini di mortalità non è stata evidenziata nessuna differenza significativa tra i gruppi.

Rispetto ai pazienti dei giorni centrali della settimana (da martedì a giovedì) quelli del fine settimana e dei giorni festivi avevano una probabilità più alta del 40% di dover stare in ospedale per più di un giorno (OR 1.40,P<0.0001) e un trend verso una maggiore mortalità (OR 1.52, P=0.0642). La probabilità di complicanze era invece del tutto paragonabile. Un quadro simile è stato riscontrato in una sottoanalisi dei 89.950 pazienti ricoverati specificamente per il primo impianto di ICD.

Conclusioni
La fotografia scattata dallo studio del registro nazionale è che, almeno negli USA, i pazienti che hanno ricevuto il loro impianto di ICD nel pomeriggio o di sera hanno un rischio più altro di complicanze correlate alla procedura e di un prolungamento della degenza post operatoria, mentre i pazienti impiantati nel fine settimana o nei giorni festivi hanno ricoveri più lunghi e una tendenza verso la morte ospedaliera.

Nel trarre le conclusioni gli autori premettono che il loro studio presenta delle limitazioni. Ad esempio, trattandosi di uno studio osservazionale retrospettivo si può solo stabilire che c’è una associazione tra il timing degli interventi e il rischio di complicanze ma non dimostrare una relazione di causa effetto. Sono quindi necessari altri studi sulla programmazione delle procedure e su quali siano i fattori che potrebbero fare la differenza sia durante la procedura di impianto sia nel periodo di ricovero post impianto.

Gli impianti di ICD sono interventi elettivi non urgenti finalizzati a evitare la morte improvvisa nei lunghi periodi. Nulla a che vedere con le procedure quali by-pass e angioplastiche nel post-infarto oppure la cardioversione nella fibrillazione atriale dove il fattore tempo gioca un ruolo importante. “Poiché il timing di impianti di ICD è modificabile i nostri risultati potrebbero servire a guidare una pianificazione ottimale di questi interenti per mitigare rischi non necessari”.

laura tonon

Note: lo studio è stato supportato dall’American College of Cardiology Foundation’s National Cardiovascular Data Registry.

Bibliografia
Hsu JC, Varosy PD, Parzynski CS, et al. Procedure timing as a predictor of inhospital adverse outcomes from implantable cardioverter-defibrillator implantation: Insights from the National Cardiovascular Data Registry. American Heart Journal 2015; 169: 45–52.e3

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