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Ricordo del prof. Giuseppe Oreto

Ho conosciuto il prof. Oreto nel 1979 quando, al IV anno di Medicina, iniziai a frequentare la Clinica Medica, e il Prof. Consolo, a Lui, a Peppe, mi affidò. Anche se nel 1991 andai a lavorare in ospedale, non ci siamo mai persi.
Potrei parlarvi di Peppe musicologo e musicista, chitarrista e tastierista. Lui esperto di lirica e di musica classica; musica che ha accompagnato, di sottofondo, molti giorni e molte notti di studio.
Potrei raccontarvi di Peppe poeta e letterato; autore di 4 raccolte di poesie oltre che di innumerevoli inediti; i suoi versi risuonano ancora; profondo conoscitore, con senso critico, di molti scrittori e poeti, in particolare di Salvatore Quasimodo e di Gesualdo Bufalino.
Potrei sussurrarvi di Peppe, uomo di estrema generosità tanto umana verso tutti, quanto materiale verso gli ultimi, verso gli abbandonati. Ma lui non lo vorrebbe.
Potrei parlarvi dell’amore di Peppe verso la famiglia, basato anche su solidi valori cristiani; ma queste sono cose private.
Potrei dirvi di Peppe, cardiologo a 360°, eccezionale e indiscusso clinico, maestro e riferimento di numerose generazioni di cardiologi; tra i primissimi a introdurre a Messina, negli anni 70, l’ecocardiografia, l’elettrofisiologia e l’elettrostimolazione, e negli anni 80 l’emodinamica e l’angiografia coronarica. Praticamente tutto ciò che di moderno allora c’era.
Potrei parlarvi dei numerosi anni trascorsi in stages in Italia e all’estero. Andava ad apprendere aspetti pratici della cardiologia interventistica ma non tralasciava la produzione scientifica nei Centri che lo ospitavano: tra i tanti ricordo alcuni lavori scientifici e la stesura di un testo sul WPW con Gaita, alcuni lavori sulla FA con Pappone o ancora la stesura dei criteri diagnostici del Brugada insieme ai fratelli Brugada e a Bayes De Luna.
Già tutto questo basterebbe a definire la cultura, la poliedricità, la genialità del Professore Oreto.
Voglio invece raccontarvi una storia, anzi la storia:
Peppe, non per rapporti formali universitari o societari o commerciali, ma solo per affinità culturale e di ricerca e per il fatto di essere Egli stesso scienziato, giovanissimo, si inserì con i suoi studi, tra i “grandi vecchi” che avevano creato la moderna elettrocardiografia e aritmologia deduttiva di superficie. Da Demetrio Sodi Pallares a Richard Langendorf.

Peppe con Richard Langendorf e Demetrio Sodi Pallares

Ma fu con Leo Schamroth, di cui divenne l’allievo, che instaurò un rapporto umano, di studio e di amore per la ricerca come solo i grandi sanno fare. Leo venne a Messina nel 1985; tenne seminari e lavorò su studi già avviati; quella fu una occasione per conoscersi meglio e per instaurare un rapporto di sincera amicizia che proseguirà, sempre più intensa e vissuta, nei tre anni successivi.

Peppe a casa sua con Schamroth, Satullo e Luzza

Si fermò da Leo a Johannesburg nel 1988; qui studiò a lungo con Leo, ultimando la stesura di molti lavori in corso e soprattutto del primo libro edito nel 1988.

Peppe studia con Schamroth a Johannesburg nel 1988
Peppe scrive con Schamroth a Johannesburg

Purtroppo Leo Schamroth morì pochi mesi dopo e, a livello mondiale Peppe ne fu riconosciuto l’erede. D’altra parte, probabilmente come segno dell’avergli trasmesso il testimone, Schamroth lasciò Peppe erede del suo importante archivio di diapositive illustranti aritmie complesse interpretate, come mai prima, con meccanismi elettrogenetici ed elettrofisiologici allora ancora non dimostrati in laboratorio ma solo correttamente ipotizzati. Anche in Italia in occasione di uno dei corsi di aritmologia che tenemmo nei primi anni ‘90, Eligio Piccolo, allievo di Demetrio Sodi Pallares, ebbe a dire: “I grandi sanno quando lasciarci. Ci lasciano quando sono sicuri che c’è un loro epigono in grado di proseguire il loro cammino. Tu caro Peppe, hai il grosso compito di continuare il cammino di Leo”.
E Peppe continuò questo cammino con i suoi libri che ancora oggi, dopo oltre 20 anni dalla loro pubblicazione, vengono regolarmente ristampati e venduti. I suoi libri di elettrocardiografia e di aritmologia rappresentano e ancora certamente rappresenteranno un’inesauribile fonte culturale e formativa per migliaia di cardiologi e specializzandi come lo furono gli storici testi di Friedman, di Sodi Pallares, di Pick, di Langendorf, di Rosembaum e di Schamroth.

Le copertine dei primi due libri editi rispettivamente nel 1988 e nel 1989 presentano di profilo l’immagine di Sherlok Holmes in quanto il metodo analitico-deduttivo di Peppe, la sua ricerca del particolare, riproduceva in elettrocardiografia/aritmologia il metodo d’indagine dell’investigatore più famoso del secolo: “Non invisibile Watson: Lei non sapeva dove guardare e così le è sfuggito l’importante”.
Continuò il cammino di Leo con i lavori scientifici. Autore di centinaia di pubblicazioni su riviste internazionali con impact factor, molte fondamentali nel panorama cardiologico moderno, rimase sempre “legato” a quelle di aritmologia di superficie che proseguivano il metodo analitico-deduttivo dei grandi padri dell’elettrocardiografia che l’avevano preceduto, dove il massimo della sua genialità poteva esprimersi. E mi piace mostrare questa pubblicazione, edita su una rivista nazionale, cui Peppe era particolarmente legato.

La curva fase risposta

 

Effetto dell’elettrotono sulla scarica di una cellula segnapassi parasistolica

 

Era il primo caso descritto a livello internazionale di parasistolia modulata con costruzione della curva fase-risposta, basata su modelli matematici ed elettrogenetici che solo pochi anni prima erano stati dimostrati in laboratorio da Jalife e Moe i quali avevano anche studiato retrospettivamente, costruendone le rispettive curve fase-risposta, alcuni casi già presenti in Letteratura. Jalife e Moe insieme ad Antzelevitch avevano avviato questo filone di ricerca anche per spiegare elettrogeneticamente il fenomeno dell’extrasistolia ventricolare occulta descritto da Schamroth e in quanto Richard Langendorf aveva fornito ai ricercatori il suo tracciato personale che mostrava una extrasistolia “strana”, di difficile interpretazione. Il cerchio così si chiuse con la dimostrazione dell’esistenza dell’elettrotono, fenomeno che può condizionare la formazione e il manifestarsi dei battiti nel nostro cuore. Un pezzo importante di storia.
Le sue capacità didattiche, uniche nel panorama italiano, e le sue capacità umane si sono concretizzate soprattutto nelle centinaia di corsi svolti in ogni regione italiana. Mi piace ricordare il primo, a Giardini Naxos nel 1988, quello che avrebbe dovuto vedere la partecipazione di Leo Schamroth, che però era morto pochi mesi prima. 450 partecipanti! Nessuno di loro, neppure per pochi minuti, uscì dall’aula nei giorni del corso.

Seguirono centinaia di corsi in ogni regione d’Italia; è emozionante ricordare tra i tanti, il corso campano di Pompei, ripetuto almeno 5 volte e necessariamente svolto in un teatro, in quanto le richieste di partecipazione erano tali che nessun’altra struttura in quella zona della Campania aveva allora la capacità di contenere le diverse centinaia di partecipanti.
Peppe sempre in mezzo ai suoi allievi e ai suoi corsisti. Qui lo vediamo in una pausa di uno dei tanti corsi di Montecatini (furono quasi 10).

Lui era in grado di creare gruppi coesi; era sempre disponibile; donava il suo tempo e la sua non formale attenzione a tutti, cercando di trasferire il suo sapere senza tenere nessun segreto per sè. Peppe non diceva mai né ai discenti né in privato a noi più stretti allievi “Stai sbagliando”. Mai! Con garbo faceva riflettere, e nei rari casi in cui si insisteva su una interpretazione palesemente sbagliata, Peppe sempre con eleganza e voce pacata, citava una frase di Schamroth: “Un’aritmia si può definire complessa se si presta ad almeno tre interpretazioni”.
Lui, sempre presente, sempre il primo, sempre il più disponibile anche tra noi allievi della sua squadra.

Qui a casa sua in una delle stanze dedicate allo studio notturno. Sono quasi le due di notte. Il computer è inquadrato in primo piano perché quella notte era stato appena completato il capitolo sul WPW; vedete me, Luzza, Donato e un collega campano, Carbone, praticamente distrutti. Peppe il più sveglio, il più brillante, il più pronto, ancora in vena di scherzare (vedete… sorridendo, mi fa anche le corna…).
Caro Maestro, in un attimo sono trascorsi oltre 40 anni e ricordo che, nella modestia dei grandi, nel 2009 in occasione della pubblicazione dell’ultimo dei libri, citando in parte Ildebrando Pizzetti, mi scrivesti: “Abbiamo trascorso più di vent’anni cercando particolari da cui trarre conclusioni. Forse abbiamo realizzato poco, ma «il molto sarebbe ancora poco e il poco è troppo»”.
Ed il tuo tempo, caro Peppe, in ogni caso non sarebbe bastato per tutto ciò che ancora avresti potuto realizzare e donarci. Grazie Peppe!

Gaetano Satullo

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